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L'Affresco absidale
L'affresco absidale è stato restaurato una prima volta nel 1976 e successivamente nel 1995, con lo scopo di far risaltare, con maggiore chiarezza, la cromia resa quasi illeggibile dall'incendio del 1911; risulta sovrapposto ad uno strato più antico dipinto e si presenta con una ricca e affollata scenografia a due composizioni. La zona inferiore è dominata dalla Vergine in trono con Bambino, ambedue le figure hanno lo sguardo rivolto a un vescovo inginocchiato (verosimilmente il vescovo Pietro d'Itri) nell'atto di consegnare un modellino della chiesa nelle mani del Bambino; purtroppo del modellino tra le mani del vescovo non ne conosciamo le fattezze, essendo stato praticato un foro proprio in corrispondenza delle mani dello stesso.
Ai lati della figura centrale ci sono due santi racchiusi dentro le rispettive edicole: alla sua destra S. Cristoforo reggente sulle spalle il divino Bambino, alla sua sinistra un santo Papa (probabilmente lo stesso Pietro). La cornice che separa il catino dalla parte inferiore dell'opera, reca un'iscrizione solo in parte leggibile: [Anno] D(omi)ni mille(simo) tre(centesimo) [... ... ... ... ... ... ... ...] IIII ind(ictione) mense dec(embris) [... ... ... ... ...] Ioannes Nicolaus. Nel catino torreggia un maestoso Pantocratore con l'Agnello divino nella mano sinistra, adorato da due angeli offerenti e osannato da un'affollata schiera di angeli musicanti.
Le due esecuzioni murali, databili ad un periodo compreso tra il 1359 e il 1373, rivelano con immediatezza la loro matrice toscana con inflessioni fiorentine e senesi, ma nel contempo documentano mani pittoriche diverse: nel catino "il linearismo insistito, il gusto per il particolare prezioso, la fragilità del trono e del coro intagliato che lo fiancheggia" (Pepe), sono in evidente contrapposizione rispetto alla sottostante composizione, strutturata quasi fosse un polittico, contraddistinta da un maggiore dinamismo delle figure e da una "più salda spazialità delle strutture architettoniche" (Pepe). Questo affresco costituisce una delle gemme più preziose che la Cattedrale conservi, poichè unico superstite dell'incendio del 1911 e in conseguenza anche alla privazione del polittico quattrocentesco di Bartolomeo Vivarini, conservato presso l'Accademia di Venezia.
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